Perché e percome
| L’ABC del cruelty-free |

Cruelty-free : letteralmente “privo di crudeltà”; in ambito cosmetico, si dice di prodotto che non è stato testato sugli animali né ha richiesto l’uso di violenza sugli animali, in sé o nei suoi componenti

Questo vuol dire che per estensione un’azienda si può definire cruelty-free se non viene condotto alcun test animale:

• Per i prodotti finiti o gli ingredienti che lo compongono
• Dai fornitori delle materie prime
• Da terze parti sui prodotti o gli ingredienti dell’azienda.
Se richiesto da legge per il commercio in un dato Paese (es: Cina)

Se un’azienda rispetta questi requisiti, la si può chiamare cruelty-free.


La verità però è che non ci sono leggi che obbligano le aziende a dichiarare se eseguono o meno test sugli animali e bisogna quindi documentarsi volta per volta.

Ok, sembra complicatissimo ed effettivamente è un argomento molto complesso, ma si può tentare di dipanare la matassa usando le giuste risorse. Col tempo diventerà sempre più facile e naturale!

Innanzitutto, esistono dei loghi che possono aiutarci. Al momento ci sono tre tipi di certificazioni ufficiali e riconosciuteLeaping Bunny logo, PETA’s cruelty-free logo, and the Choose Cruelty-Free logo

Loghi Cruelty-free
Logo della Leaping Bunny / Logo della PETA cruelty-free / Logo della Choose Cruelty-Free

Se trovate uno o più di questi loghi avrete la certezza che l’azienda in questione non testa.

Ma, c’è un ma.. queste certificazioni non prendono in considerazione la questione delle case madre (parent company).  Alcuni brand hanno mantenuto il loro status cruelty-free e sono certificati come tali, ma sono acquisiti da grandi società che conducono test su altri brand del gruppo.

Per esempio, Urban Decay è certificata cruelty-free: non conduce alcun tipo di test e non viene distribuita in Cina. Il gruppo L’Oreal, a cui appartiene però, esegue regolarmente sperimentazioni per altri suoi marchi come Lancôme, Giorgio Armani, Garnier, Maybelline, Essie, Vichy, La Roche-Posay… ecc.

La scelta del marchio cruelty-free determinerà comunque una posizione etica e un segnale chiaro per il mercato, ma i proventi andranno nelle tasche della casa madre, che potrebbe usarli per finanziare test animali per altre linee.

Personalmente preferisco sponsorizzare marchi indipendenti e cruelty-free, che non fanno parte di un meccanismo corporativo, ma non escludo quest’ultimi a priori poiché  brand come Urban Decay si sono imposti per rimanere cruelty-free al momento dell’acquisizione e questo gli fa onore. Ad ogni modo, metterò sempre in luce se il brand di cui parlo è affiliato a qualche grande società o meno.

Ho deciso di sostenere l’etica cruelty-free poiché penso che i test animali siano una pratica crudele e non necessaria. In un mondo cosmetico consolidato da decenni ci sono migliaia di ingredienti la cui sicurezza è garantita e le tecnologie attuali possono fornire metodi alternativi per condurre i test per le nuove formulazioni.
I test animali per i cosmetici dovrebbero essere banditi a livello mondiale, ma sfortunatamente si è ancora lontani.

Alcuni Stati hanno già abbracciato questa politica, ma sfortunatamente non è così lineare la questione. Nella Comunità Europea sono vietate le sperimentazioni animali in ambito cosmetico: le aziende non possono testare gli ingredienti e i prodotti finiti in tutto il territorio Comunitario, ma possono farlo in Paesi extra-UE.  Le grandi corporazioni come L’Oreal, Estee Lauder, Unilever, Johnson & Johnson… ecc. e la maggior parte dei brand da loro acquisiti (Es. M•A•C è proprietà di Estee Lauder) eseguono test per commerciare in Cina, sugli gli stessi prodotti che poi vengono smerciati anche all’interno della EU.


Ma quindi come fare ad orientarsi?

    1. Cercate se c’è uno dei loghi descritti sopra. Se c’è saprete già che il brand è cruelty-free (da verificare la casa madre). Se non lo trovate non disperate: molte aziende certificate cruelty free da Peta e Leaping Bunny non riportano alcun logo sui packaging, poiché dovrebbe pagare un contributo.↓
    2. Quindi verificate le informazioni sui database delle associazioni contro la sperimentazione animale, che sono in continuo aggiornamento. In questa sede vi verranno fornite informazioni anche per quanto riguarda la policy della eventuale casa madre.
      (Potete usare i seguenti link o scaricare le app che trovate sulle rispettive pagine.)
      • Leaping Bunny
      • Peta Cruelty-Free
      • Choose Cruelty-Free

    3. Capita a volte che alcuni brand non siano inclusi nelle liste, soprattutto quando si tratta di brand emergenti, in quel caso io per prima cosa controllo il sito Cruelty-Free Kitty e poi faccio una ricerca generica su Google. Se nessuna di queste risorse si rivela valida scrivo direttamente al servizio clienti.

Per concludere vorrei fare due piccole precisazioni:

Cruelty-free non vuol dire per forza bio.
Un prodotto è bio quando è costituito da soli ingredienti di origine naturale. Molto facilmente un prodotto bio sarà cruelty-free, ma non è da dare per scontato. Dall’altra parte un prodotto cruelty-free può contenere prodotti di sintesi chimica, come i siliconi, purché non siano sperimentati sugli animali.

Cruelty-free non vuol dire strettamente vegan.
Il termine cruelty-free si applica a un prodotto che non viene testato, indipendentemente dal fatto che contenga o meno ingredienti di origine animale.

Facciamo un esempio: Kat von D Beuty è interamente cruelty-free. Molti prodotti sono vegani (Tattoo-Liner e Lock-it foundation, per dirne due), ma il mascara ad esempio contiene cera d’api.
La buona notizia è stato dichiarato che presto tutta la linea diventerà vegana, ma non si sa ancora quando.

Allo stesso modo, un prodotto etichettabile come vegan, ovvero non contenente ingredienti di origine animale, potrebbe essere testato. È eticamente paradossale, ma il mercato è un posto subdolo. Sono due parole ben definite che in campo cosmetico definiscono concetti diversi e non intercambiabili.

Sperando di essere stata abbastanza chiara, mi auguro che questo articolo possa esservi d’aiuto.

Sempre Vostra,

R.

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